ROMA – Se n’è andato Jeff Lowe, uno dei maggiori alpinisti di tutti i tempi, l’inventore di nuove discipline sulla roccia e il ghiaccio, di nuovi attrezzi, il primo salitore di vie che verranno ripetute solo un quarto di secolo dopo, il visionario arrampicatore idolatrato da diverse generazioni di appassionati. È morto a 67 anni, ucciso da una malattia neurodegenerativa che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle da metà degli anni Novanta. Avvicinato alla montagna dal padre nello Utah, la realizzazione che lo fa notare è nel 1971, a ventun anni, Moonlight Buttress nello Zion National Park, salita con Mike Weis: un itinerario che oggi è tra le classicissime dell’arrampicata nordamericana.

Sempre con Weis, a Telluride, in Colorado, nel 1974 stupisce il mondo su Bridal Veil, una cascata di ghiaccio che spinge avanti il limite dell’ice climbing, dove sperimenta una nuova . E poi ci sono le grandi imprese in Himalaya e Karakorum. Nel 1978 la più grande, o una di quelle, è in realtà un’ascensione fallita. Con il cugino George Lowe, Jim Donini e Michael Kennedy tenta il Latok 1, che svetta sul ghiacciaio Biafo, in Pakistan, due chilometri e mezzo pressoché verticali. Nessuno ne aveva mai raggiunto prima la vetta e loro affrontano la difficilissima cresta nord. Sono costretti a rientrare a 150 metri dalla vetta ma nessuno, dal 1978, è mai riuscito a concludere la loro salita. L’anno seguente sull’Ama Dablam sale prima in vetta con gli altri membri della spedizione (sarà la seconda nella storia a farcela), rientra al campo base e riparte il giorno seguente da solo, per una nuova via.

Passano gli anni, la sua attività alpinistica non smette mai e si affianca a quella imprenditoriale. Con i fratelli Greg e Mike, appassionati di montagna pure loro, fonda la Lowe Alpine, una delle aziende più innovative di quei decenni, anticipatrice soprattutto nel campo dell’arrampicata su ghiaccio. Nel 1979 aveva pure pubblicato un manuale sul tema, “The Ice Experience”, in cui suggerisce tecniche che per la maggior parte dei suoi coetanei sembrano istigazioni al suicidio, anche se di lì a qualche anno – parecchi – diventeranno di uso comune, con l’impiego di ramponi e due piccozze. Negli anni Novanta lascia la moglie e la figlia, ancora piccola, e inizia la sua storia d’amore con Catherine Destivelle, difficile e criticata. Reagisce affrontando nell’inverno 1991, da solo, la terribile parte nord dell’Eiger, su una via che lo porta al confine della vita, facendosi prestare l’attrezzatura dalla stessa Destivelle e da Jon Krakauer.

È una linea diretta, Jeff ci resta dentro quasi una settimana, una notte e un giorno nella bufera li passa in una concavità della roccia, mentre la temperatura precipita sotto lo zero. Ne esce finalmente e il nome che dà alla sua creazione, Metanoia – in greco “profondo mutamento del pensiero” – dà tutto il senso della difficoltà della salita. Lowe riesce ancora a lasciare il suo segno a Vail, in Colorado. Nel 1994 sale Octopussy, attaccandosi tra roccia e ghiaccio con la piccozza e inventandosi il “dry tooling”, che, ricorda Claude Gardien, redattore capo della rivista internazionale Vertical, “avrebbe cambiato per sempre le pratiche di arrampicata su ghiaccio, l’alpinismo e l’arrampicata in Himalaya”. Nel 2017 gli viene assegnato a Grenoble il Piolet d’Or alla carriera, in precedenza era andato a personaggi del rango di Walter Bonatti, Reinhold Messner, Kurt Diemberger, Chris Bonington.

Nel 1998 la malattia comincia a mostrare i primi sintomi, zoppica, poi si deve appoggiare alle stampelle e infine è costretto alla sedia a rotelle. Nel 2015 la sua carriera e soprattutto la sua vita affascinano il Trento Film Festival – e vincono il concorso per il miglior film di alpinismo – dove debutta il film “Metanoia” di Jim Aikman. È la sua eredità regalata al mondo dell’alpinismo e alla nipote Valentina: qualche ora fa la figlia Sonja ne ha annunciato la visione gratuita su Youtube (https://youtu.be/JMvt0bpWj2U).
 

 

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