LONDRA – Ha sempre detto di essere assolutamente contraria. Ma un secondo referendum sulla Brexit potrebbe essere la svolta di Theresa May per fare finalmente approvare al parlamento britannico il suo controverso piano di uscita dall’Unione europea. Secondo rivelazioni dell’Observer, il ministro per la Brexit Stephen Barclay ha incontrato due deputati laburisti che lavorano da settimane a un compromesso di questo tipo: un emendamento in base al quale la camera dei Comuni appoggerebbe l’accordo sulla Brexit negoziato dalla premier, in cambio di sottoporre subito dopo tale accordo al popolo in un referendum, nel quale l’opzione alternativa sarebbe rimanere nella Ue. L’occasione di capovolgere il risultato della consultazione di tre anni fa.
Peter Kyle, uno dei due parlamentari del Labour impegnati del progetto, racconta al domenicale londinese che il ministro Barclays non si è ancora “convertito” alla loro idea, ma ciò non gli ha impedito di considerarla come una possibile soluzione allo stallo sempre più evidente in cui è caduta la Brexit. Una paralisi che sta per entrare in una settimana decisiva, durante la quale cominceranno a scoprirsi le carte.
Martedì infatti il parlamento voterà per la seconda volta sul piano May, già bocciato in gennaio con una maggioranza senza precedenti. Il primo ministro lo ripresenta dopo avere cercato di ottenere modifiche dalla Ue per soddisfare l’ala più brexitiana del partito conservatore e gli unionisti del Dup, il piccolo partito nord-irlandese da cui dipende l’esistenza del suo governo. Il problema principale è il “backstop”, la misura per cui tutto il Regno Unito resterà nell’unione doganale europea (la stessa forma di associazione alla Ue della Turchia, per intendersi), se non si trova una maniera alternativa di tenere aperto il confine fra Irlanda del Nord britannica e repubblica d’Irlanda, uno dei cardini della pace firmata nella regione nel 1998, con Bruxelles come garante, dopo trent’anni di sanguinosa guerra civile.
Ma nelle trattative condotte in questi giorni non ci sono state concessioni da parte della Ue. Porre dei limiti temporali al “backstop” o permettere a Londra di abbandonarlo unilateralmente vanificherebbe lo scopo della procedura, hanno spiegato e rispiegato i negoziatori europei, offrendo soltanto delle precisazioni legali sull’impegno a cercare un’alternativa. Alternativa che tuttavia non è stata trovata in due anni di trattative e che non per niente molti commentatori sulle due sponde della Manica paragonano a un unicorno: una fantasia, insomma.
La leader dei Tories continua lo stesso a sollecitare la Ue a fare qualcosa per facilitare il passaggio del suo piano in parlamento. Un aereo della Raf, fa sapere Downing Street, è pronto a portarla immediatamente a Bruxelles, se ci fossero segnali di progressi. Per ora non se ne vedono. In un discorso pronunciato venerdì, May ha avvertito gli oppositori interni che, se non approveranno il suo piano, potrebbe “non esserci alcuna Brexit”: la sua prima allusione a un secondo referendum. Ma gli ultra brexitiani, guidati dall’ex-ministro degli Esteri Boris Johnson e dal deputato Jacob Rees-Mogg, non sembrano avere cambiato posizione. L’opinione dominante è che dopodomani il piano sarà nuovamente bocciato. L’unico dubbio è con quanti voti: sconfitta schiacciante come in gennaio o più misurata. In questo secondo caso non è escluso che la premier ripresenti il piano una terza volta.
Ma prima che questo possa avvenire sono già in programma altre due votazioni: mercoledì, per escludere il “no deal”, cioè l’uscita dalla Ue senza alcun accordo, giudicata catastrofica per l’economica nazionale; e giovedì, per rinviare la Brexit, prolungando il negoziato oltre la data prevista entro cui dovrebbe concludersi in base alle norme, il 29 marzo prossimo, fra meno di tre settimane. Entrambe le risoluzioni dovrebbero passare senza difficoltà. Cosa farebbe a quel punto Theresa May?
Potrebbe ripresentare per la terza volta il suo piano, dopo avere tentato di nuovo un negoziato in extremis con Bruxelles. Potrebbe indire elezioni anticipate o dimettersi. Oppure potrebbe giocare la carta a sorpresa del secondo referendum: chiedere al popolo di esprimersi, questa volta non al buio, senza conoscere le conseguenze dell’uscita dalla Ue, ma sulla base di un piano concreto, il proprio, per quanto anch’esso ancora vago sulle future relazioni. L’opposizione laburista, che si è gradualmente schierata per un secondo referendum, potrebbe votare per il piano May o magari astenersi, permettendone comunque l’approvazione, in cambio dell’opportunità di impedire la Brexit con una nuova consultazione popolare.
Restano non poche incognite. La prima è la freddezza di Jeremy Corbyn verso un secondo referendum e più in generale verso l’Unione europea. In un discorso in Scozia, il leader del Labour ha ribadito di avere altre priorità: “La lotta alla povertà e al cambiamento climatico è più urgente della Brexit, la vera divisione non è fra chi vuole restare nella Ue o uscirne, ma fra chi lavora pagando le tasse e fra chi sfrutta evadendo il fisco”. Il capo della sinistra britannica definisce la Brexit “un cambiamento costituzionale”, minimizzandone le conseguenze esistenziali per il Regno Unito, che rischia la secessione di Irlanda del Nord e Scozia in caso di hard Brexit. Per lui, evidentemente, è più importante il progetto di realizzare il socialismo nel proprio paese, anche rimpicciolendolo alla sola Inghilterra e al Galles. E del resto Corbyn non ha mai nascosto in passato il suo sostegno all’Ira e all’indipendentismo nord-irlandese.
Di certo c’è che un secondo referendum, se si facesse, vedrebbe in campo nuovi equilibri: un sondaggio indica che vi parteciperebbero 2 milioni di giovani non ancora 18enni all’epoca del referendum del 2016, il 75 per cento dei quali sono schierati per restare in Europa. Ed è verosimile che ci sarebbero maggiori controlli sui fondi per la propaganda, già accusati di illecito nella prima consultazione: è di oggi la denuncia che un misterioso gruppuscolo di internauti spende più di tutti gli altri nella pubblicità a favore di una Brexit con il “no deal” e non si sa da chi sia finanziato. Un altro complotto della Russia, intenzionata a indebolire la Ue?
Con il conto alla rovescia verso il B-day, il Brexit-day, arrivato a -19 giorni, c’è infine da registrare un’apparente presa di posizione della regina Elisabetta. In un discorso sul Commonwealth, la sovrana ha dato l’impressione di alludere alla Brexit, abbandonando per un attimo l’imparzialità del proprio ruolo, quando ha sottolineato il grande valore della “cooperazione internazionale” per il Regno Unito. Forse cresce anche in lei la preoccupazione che la Brexit lo renda un regno più piccolo e disunito.
Peter Kyle, uno dei due parlamentari del Labour impegnati del progetto, racconta al domenicale londinese che il ministro Barclays non si è ancora “convertito” alla loro idea, ma ciò non gli ha impedito di considerarla come una possibile soluzione allo stallo sempre più evidente in cui è caduta la Brexit. Una paralisi che sta per entrare in una settimana decisiva, durante la quale cominceranno a scoprirsi le carte.
Martedì infatti il parlamento voterà per la seconda volta sul piano May, già bocciato in gennaio con una maggioranza senza precedenti. Il primo ministro lo ripresenta dopo avere cercato di ottenere modifiche dalla Ue per soddisfare l’ala più brexitiana del partito conservatore e gli unionisti del Dup, il piccolo partito nord-irlandese da cui dipende l’esistenza del suo governo. Il problema principale è il “backstop”, la misura per cui tutto il Regno Unito resterà nell’unione doganale europea (la stessa forma di associazione alla Ue della Turchia, per intendersi), se non si trova una maniera alternativa di tenere aperto il confine fra Irlanda del Nord britannica e repubblica d’Irlanda, uno dei cardini della pace firmata nella regione nel 1998, con Bruxelles come garante, dopo trent’anni di sanguinosa guerra civile.
Ma nelle trattative condotte in questi giorni non ci sono state concessioni da parte della Ue. Porre dei limiti temporali al “backstop” o permettere a Londra di abbandonarlo unilateralmente vanificherebbe lo scopo della procedura, hanno spiegato e rispiegato i negoziatori europei, offrendo soltanto delle precisazioni legali sull’impegno a cercare un’alternativa. Alternativa che tuttavia non è stata trovata in due anni di trattative e che non per niente molti commentatori sulle due sponde della Manica paragonano a un unicorno: una fantasia, insomma.
La leader dei Tories continua lo stesso a sollecitare la Ue a fare qualcosa per facilitare il passaggio del suo piano in parlamento. Un aereo della Raf, fa sapere Downing Street, è pronto a portarla immediatamente a Bruxelles, se ci fossero segnali di progressi. Per ora non se ne vedono. In un discorso pronunciato venerdì, May ha avvertito gli oppositori interni che, se non approveranno il suo piano, potrebbe “non esserci alcuna Brexit”: la sua prima allusione a un secondo referendum. Ma gli ultra brexitiani, guidati dall’ex-ministro degli Esteri Boris Johnson e dal deputato Jacob Rees-Mogg, non sembrano avere cambiato posizione. L’opinione dominante è che dopodomani il piano sarà nuovamente bocciato. L’unico dubbio è con quanti voti: sconfitta schiacciante come in gennaio o più misurata. In questo secondo caso non è escluso che la premier ripresenti il piano una terza volta.
Ma prima che questo possa avvenire sono già in programma altre due votazioni: mercoledì, per escludere il “no deal”, cioè l’uscita dalla Ue senza alcun accordo, giudicata catastrofica per l’economica nazionale; e giovedì, per rinviare la Brexit, prolungando il negoziato oltre la data prevista entro cui dovrebbe concludersi in base alle norme, il 29 marzo prossimo, fra meno di tre settimane. Entrambe le risoluzioni dovrebbero passare senza difficoltà. Cosa farebbe a quel punto Theresa May?
Potrebbe ripresentare per la terza volta il suo piano, dopo avere tentato di nuovo un negoziato in extremis con Bruxelles. Potrebbe indire elezioni anticipate o dimettersi. Oppure potrebbe giocare la carta a sorpresa del secondo referendum: chiedere al popolo di esprimersi, questa volta non al buio, senza conoscere le conseguenze dell’uscita dalla Ue, ma sulla base di un piano concreto, il proprio, per quanto anch’esso ancora vago sulle future relazioni. L’opposizione laburista, che si è gradualmente schierata per un secondo referendum, potrebbe votare per il piano May o magari astenersi, permettendone comunque l’approvazione, in cambio dell’opportunità di impedire la Brexit con una nuova consultazione popolare.
Restano non poche incognite. La prima è la freddezza di Jeremy Corbyn verso un secondo referendum e più in generale verso l’Unione europea. In un discorso in Scozia, il leader del Labour ha ribadito di avere altre priorità: “La lotta alla povertà e al cambiamento climatico è più urgente della Brexit, la vera divisione non è fra chi vuole restare nella Ue o uscirne, ma fra chi lavora pagando le tasse e fra chi sfrutta evadendo il fisco”. Il capo della sinistra britannica definisce la Brexit “un cambiamento costituzionale”, minimizzandone le conseguenze esistenziali per il Regno Unito, che rischia la secessione di Irlanda del Nord e Scozia in caso di hard Brexit. Per lui, evidentemente, è più importante il progetto di realizzare il socialismo nel proprio paese, anche rimpicciolendolo alla sola Inghilterra e al Galles. E del resto Corbyn non ha mai nascosto in passato il suo sostegno all’Ira e all’indipendentismo nord-irlandese.
Di certo c’è che un secondo referendum, se si facesse, vedrebbe in campo nuovi equilibri: un sondaggio indica che vi parteciperebbero 2 milioni di giovani non ancora 18enni all’epoca del referendum del 2016, il 75 per cento dei quali sono schierati per restare in Europa. Ed è verosimile che ci sarebbero maggiori controlli sui fondi per la propaganda, già accusati di illecito nella prima consultazione: è di oggi la denuncia che un misterioso gruppuscolo di internauti spende più di tutti gli altri nella pubblicità a favore di una Brexit con il “no deal” e non si sa da chi sia finanziato. Un altro complotto della Russia, intenzionata a indebolire la Ue?
Con il conto alla rovescia verso il B-day, il Brexit-day, arrivato a -19 giorni, c’è infine da registrare un’apparente presa di posizione della regina Elisabetta. In un discorso sul Commonwealth, la sovrana ha dato l’impressione di alludere alla Brexit, abbandonando per un attimo l’imparzialità del proprio ruolo, quando ha sottolineato il grande valore della “cooperazione internazionale” per il Regno Unito. Forse cresce anche in lei la preoccupazione che la Brexit lo renda un regno più piccolo e disunito.