“I pini sono come il Colosseo, come i sampietrini, come il ponentino: sono la nostra identità. L'identità di Roma ” . Antimo Palumbo, storico degli alberi e vice presidente dell'associazione nata lo scorso anno ” Amici dei pini di Roma”, rabbrividisce nell'immaginare una città senza chiome fatte di aghi, pigne e pinoli. E trova “terroristica” l'idea che per paura di crolli, come è avvenuto per il troppo vento qualche giorno fa, possano essere tagliati in via precauzionale.

“C'è la psicosi del pino killer, come se tagliarli in massa fosse una soluzione – dice – Invece questi alberi celebrati da musicisti, pittori e poeti, vanno curati con potature e monitoraggi competenti, evitando gare al ribasso. E solo se malati o troppo vecchi vanno eliminati. Per essere ripiantati più giovani ” . E spiega: ” Qualche anno fa in viale delle Medaglie d'oro ne vennero tagliati tanti e rimessi dei nuovi. A distanza di poco tempo sono cresciuti e la differenza non si nota più”.

Gli antichi romani li consideravano piante sacre proprio perché andavano su in fretta e perché avevano un effetto balsamico. “Assumono acqua dalla terra e, al termine della fotosintesi, la restituiscono sotto forma di benefico vapore “, continua lo storico.

Come Palumbo, sono in tanti a pensarla così. Carlo Blasi è un botanico e professore emerito alla Sapienza in ” Ecologia Vegetale”. ” I pini vanno difesi – racconta – bisogna investire sulla manutenzione e sul ricambio programmatico. Invece, basta andare sulla Tiburtina per vedere lo scempio: accanto al Verano c'è un altro cimitero. Di alberi. Secchi, tagliati e abbandonati lì. A Parigi lungo gli Champs Elysee invece le piante vengono sostituite ogni 30 anni: c'è un ricambio fatto in maniera scientifica. Il problema a Roma invece è che molti pini sono troppo vecchi e nessuno fa niente. Un pino può vivere fino a 120 anni, ma quando sta tra i palazzi e con le radici coperte dall'asfalto arriva al massimo a 90 – 100 anni. Ma sapere l'età non è difficile. Ogni albero ha il suo libretto anagrafico. Basta consultarlo”.

Patrimonio della città, da difendere a spada tratta. Anche per l'ex presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni i pini vanno curati e anche spiegati alla gente ” Sono un valore per la città al pari dei monumenti. Non si possono sostituire con altre piante considerate più “stabili” o più facilmente gestibili.

Franco Milito, agronomo del Comune si occupa del monitoraggio in centro: “Tutti quelli schiantati in quest'anno e mezzo erano piante che noi avevamo segnalato e che dovevano essere abbattute o potate in urgenza – spiega – . Oggi, un po' perché si è persa la professionalità e un po' perché i ribassi nelle gare sono al 50-60%, vediamo invece potature fatte di corsa e chiome spelacchiate”.

Maneggiare le cesoie è un'arte. “Specialmente sui pini – spiega Blasi – le potature devono essere fatte in modo simmetrico. Sono alberi dalle radici molto estese ma poco profonde: il peso dei rami deve essere equilibrato. Invece, a volte, siccome magari coprono una finestra, zac, si tagliano solo da una parte ” . E quello, dai e dai, cade giù.

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