«Porte chiuse non solo per Ama – specifica Massimo Bagatti, tornato ad essere direttore operativo dopo le dimissioni del cda – ma per tante città che si servono di quell’impianto di trattamento, il più grande d’Italia, perché lo stabilimento ha ridotto di molto le lavorazioni per interventi di manutenzione. L’aspetto positivo è che per l’organico non serve l’accordo tra regioni, come per l’indifferenziato, dunque l’Ama può contrattare direttamente con le aziende».
Ma il problema, lo riconosce lo stesso Bagatti, si avvierà a soluzione quando la capitale potrà disporre di altri impianti di compostaggio, perché quello di Maccarese, che lavora al massimo 20mila tonnellate all’anno, è ben povera cosa di fronte alle 280mila tonnellate di organico prodotte dalla capitale. «Nel febbraio 2019 – informa Bagatti – Ama ha presentato alla Regione i progetti per i due impianti di compostaggio da realizzare a Casal Selce, in XIII municipio, e a Cesano, in XV. Ora i documenti sono alla fase finale dell’istruttoria. Una volta attivati, gli stabilimenti potranno lavorare 60mila tonnellate l’anno di organico » . Nella più rosea delle previsioni, però, la realizzazione dei due impianti richiederà un anno e mezzo dall’apertura dei cantieri, senza contare tutte le eventuali querelle e lungaggini burocratiche prima delle necessarie autorizzazioni.
Intanto continua la corsa per ripulire Roma, anche in vista della cabina di regia di mercoledì tra ministero dell’Ambiente, Regione e Campidoglio. Sullo sfondo la mai sopita polemica tra Regione e Ama: la prima sostiene che la municipalizzata non fa bene la raccolta, la seconda che gli impianti laziali, nonostante l’ordinanza regionale li obblighi, continuano a non accettare i quantitativi per cui sono autorizzati. «Basta incrociare i dati e verificare » , afferma Bagatti.
